lunedì 22 febbraio 2016

La preghiera, forza che trasforma

Pensieri sulla Trasfigurazione del Signore
Don Francesco Pesce

Il racconto della Trasfigurazione segue il primo annuncio della Passione. Il Figlio dell'uomo dovrà soffrire molto, essere escluso venire ucciso. Questa è spesso anche l’avventura di ogni cristiano. Non mancano nella vita lunghi momenti di buio; il Signore però ci invita a guardare a Lui: "Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti” (Salmo 33). La Trasfigurazione non e' soltanto un anticipo del Mistero della Gloria di Dio, ma anche la nostra quotidiana certezza che Dio è sempre con noi, specialmente nei momenti della tristezza, del buio e della sofferenza.

Dice il Vangelo che Gesù sale sul monte per pregare, e "mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto (Lc 9,29).

La preghiera cambia la vita, fa vedere in profondità, oltre il velo, oltre le lacrime; la preghiera asciuga il volto e lo trasforma in un volto sorridente, trasfigurato perche' e' intima relazione con Dio, e' porsi in ascolto e dialogo con Lui. L’uomo antico conosceva l'importanza della preghiera, anche se a volte essa sfociava nella superstizione e nella magia. L'uomo dell'antichita' era un uomo di profonda spiritualità. L’uomo moderno invece spesso è un uomo solo che programma; programma bene il tempo e lo spazio, ma non prega più. Dobbiamo stare tutti attenti a non togliere dalla nostra vita, questa dimensione essenziale della nostra natura, prima ancora che della nostra fede.

E’ bello pregare, è bello stare qui dice Pietro (Lc 9,33). Dobbiamo recuperare la bellezza delle fede e del Vangelo, la Buona Notizia di Gesù. Dobbiamo recuperare la dimensione spirituale, trascendende ed escatologica della fede. Un Cristianesimo ridotto ad ideologia o peggio ancora ad ossessione moralista  non è autentico, non ci trasforma da dentro e non ci trasfigura all'esterno, non ci pone sul cammino verso la salvezza in Cristo, alleandosi spesso con il potere di turno e riducendo i discepoli a servi sciocchi di un padrone.

Nell'ultimo Angelus di domenica 6 agosto 1978 che non poté leggere, il "Papa della Trasfigurazione" - il beato Paolo VI - scriveva: “La Trasfigurazione del Signore… getta una luce abbagliante sulla nostra vita quotidiana e ci fa rivolgere la mente al destino immortale che quel fatto in sé adombra. Sulla cima del Tabor, Cristo disvela per qualche istante lo splendore della sua divinità, e si manifesta ai testimoni prescelti quale realmente egli è, il Figlio di Dio, «l’irradiazione della gloria del Padre e l’impronta della sua sostanza» (Cfr. Hebr. 1, 3); ma fa vedere anche il trascendente destino della nostra natura umana, ch’egli ha assunto per salvarci, destinata anch’essa, perché redenta dal suo sacrificio d’amore irrevocabile, a partecipare alla pienezza della vita, alla «sorte dei santi nella luce» (Col. 1, 12). Quel corpo, che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli, è il corpo di Cristo nostro fratello, ma è anche il nostro corpo chiamato alla gloria; quella luce che lo inonda è e sarà anche la nostra parte di eredità e di splendore. Siamo chiamati a condividere tanta gloria, perché siamo «partecipi della natura divina» (2 Petr. 1, 4). Una sorte incomparabile ci attende, se avremo fatto onore alla nostra vocazione cristiana: se saremo vissuti nella logica consequenzialità di parole e di comportamento, che gli impegni del nostro battesimo ci impongono”. 

sabato 13 febbraio 2016

Gesu' e' con noi nella tentazione e nella sopraffazione

Omelia della Prima Domenica di Quaresima
Don Francesco Pesce 

Un po’di cenere e un po’ d'acqua; come le nostre  nonne al fiume che lavavano i panni in questo modo. Cenere sulla testa il mercoledì che inaugura la Quaresima nel rito romano, e acqua sui piedi la sera del Giovedi' Santo,quando il Signore si china sulla nostra fragilita’e la sostiene. 

La Quaresima e’ racchiusa in questi due gesti semplici e sapienti. Le maschere di carnevale sono tanto belle, ma vanno bene solo per un giorno; poi c’e’ la vita con la sua faccia dura e vera, il cammino di un percorso impegnativo che coinvolge ogni uomo e tutto l’uomo, proprio dalla testa  ai piedi.

Oggi Gesu’e’ spinto dallo Spirito nel deserto; anche noi in Quaresima entriamo nel deserto, come sperimenta tanta gente che svestite le maschere, sa molto bene che la festa e’ finita e bisogna lottare giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Gesu’ dicendo “non di solo pane vive l’uomo” non ci sta dicendo di rinunciare all’avere, ma ci indica una priorita’: fra l'essere e l’avere esiste naturalmente un rapporto necessario, ma il primato dell’essere sull’avere e’ fondamento della antropologia cristiana, e’semplicemente necessario per essere veramente felici

Condividiamo cio’ che siamo e abbiamo, e saremo felici veramente.

La seconda tentazione e’, direi, molto contemporanea: “Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio...

Il potere spesso agisce proprio in questo modo, e puo' trasformarsi in un’azione demoniaca. Credere di avere nelle proprie mani il destino degli altri, di interi Paesi a volte; esercitare la propria autorita’ con arroganza, anche nella Chiesa, servendosi di essa e non servendo i fratelli - come ci ha ammonito recentemente Papa Francesco; ridurre gli altri, i tuoi dipendenti, i tuoi collaboratori, quasi come una cosa di cui si puo’ disporre a piacimento; io lo do a chi voglio il posto di lavoro, lo do a quelli della mia cerchia e che magari si comprano e si vendono a poco prezzo....

Come pero’ diceva Antoine de Saint-Exupéry, in ogni deserto c'è un pozzo, in ogni amarezza c'è il germoglio di una risurrezione inaspettata. La Buona Notizia di questa domenica e’ che Gesu’ e’ con noi nella tentazione e nella sopraffazione, non ci lascia soli, ma gia’ illumina i nostri momenti di buio, nell’attesa della luce piena di Pasqua.

L'unità si fa camminando

Lo storico incontro e l'abbraccio tra Francesco e Kirill

Si sono incontrati in un aeroporto, luogo di arrivo e di partenza; la storia oggi e’ arrivata ad una vetta solo poco tempo fa insperata, e ora continua a viaggiare verso nuovi destini. Poco importa se tutto ancora non e’ chiaro, se bisogna ancora molto parlarsi; si sono incontrati e questo, dopo secoli di silenzi e incomprensioni, basta. Basta per chiudere per sempre una pagina sbagliata e spesso drammatica; basta per dire, alle religioni e al mondo, che e’ possibile ricominciare, si puo’ fare realmente una cosa nuova, che non parta piu’ da quello che hanno fatto prima a te, ma una cosa nuova, che solo lo Spirito sa fare. “Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada”(Is 43,19).

Si sono abbracciati e hanno parlato per due ore, con franchezza ha detto Francesco, con ampiezza di contenuti sottolinea Kirill. I volti sereni e sorridenti mostrano che il desiderio della riconciliazione e dell’unita’ e’ sincero e orientato verso “iniziative” concrete realizzabili insieme. L’incontro stesso e’ gia’ programma e una realizzazione insieme, una Speranza che gia’ non delude, un "gesto di carità" basato sulla comune fede in Cristo.

Alla fine del colloquio, Papa Francesco e il Patriarca Kirill hanno firmato una Dichiarazione congiunta, che e’ stata limata fino all’ultimo e questo ne sottolinea l’importanza. Dice il Papa durante il volo per Cuba con finale destinazione in Messico dopo la tappa per questo storico incontro: “Non è una dichiarazione politica, non è una dichiarazione sociologica, è una dichiarazione pastorale, incluso quando si parla del secolarismo e di cose chiare, della manipolazione biogenetica e di tutte queste cose. Ma è ‘pastorale’: di due vescovi che si sono incontrati con preoccupazione pastorale”. La scelta “pastorale” della dichiarazione fa intendere come questa sara’ la strada principale da percorrere nel cammino insieme. Nel testo si parla fra l’altro delle comuni radici; c’e’ un appello per chiedere “alla comunità internazionale di agire urgentemente per prevenire l’ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente”; si constata che le società sono  secolarizzate e che la famiglia e’ in crisi. Estesa è particolarmente degna di rilievo la parte riguardante la crisi ucraina e il problema dei cosiddetti “Uniati”.

Indubbiamente questo incontro e’ stato  anche un ritorno alle origini. La Chiesa apostolica sapeva che lo Spirito che le era dato non le chiedeva di guardare indietro, ma di fare sempre cose nuove. Cosa dice  oggi a noi la Chiesa delle origini? Lo Spirito non è un testamento da eseguire, il Vangelo non è uno scritto da ricopiare. Oggi come allora la Chiesa della Pentecoste  ha  il coraggio di accogliere nel suo seno i non-circoncisi; la saggezza di scegliere i "sette" per rispondere ai primi bisogni “degli orfani e delle vedove” nell’esercizio della carità; osa mettere per iscritto la buona novella che circolava fino a quel momento solo oralmente. Nel corso dei secoli, la Chiesa ha saputo confrontarsi con il mondo e compiere scelte controcorrente, inaspettate, spesso non comprese immediatamente anche al suo interno, che spesso hanno anche causato divisioni. Ma il Signore ci rassicura che i frutti si riconoscono dall’albero, pertanto non dobbiamo avere paura di essere un segno di contraddizione. 

I cristiani di oggi come quelli di ieri sanno che lo Spirito li chiama verso cose nuove. La Chiesa non può essere un cantiere chiuso; se il  soffio dello Spirito è rinchiuso negli otri delle immutabili tradizioni, se si è solo  guardiani del passato, quale Pasqua possiamo festeggiare? Quale Pentecoste possiamo attendere? Dobbiamo arrivare ad  essere prima di ogni altra cosa degli uomini uniti nello stesso battesimo, fra gli altri uomini, come Gesù che fece la fila con tutti gli altri per farsi battezzare. Si mise in fila, non ebbe nemmeno il primo posto, fu ultimo fra gli uomini. E per questo Dio disse: "Ecco il mio Figlio prediletto". Solo se saremo servitori gli uni degli altri  in mezzo al mondo, questa voce sarà anche per noi: “Ecco la mia chiesa  prediletta”.

Francesco Vescovo di Roma Papa della Chiesa Cattolica e Kirill Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, come si firmano nella Dichiarazione, non propongono  una Santa Alleanza, ma camminano insieme verso l’unita’, cosi’ come la vorra’ lo Spirito. L’unita’ si fa camminando, sottolinea il Papa.

Il Dio  di Gesu’ Cristo e’ il Dio dei cammini; percorriamo anche noi, ciascuno nella propria storia personale, il cammino ecumenico. Guardiamo oltre le difficolta’ e le incomprensioni. “Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (Eb12,1-2).

Isn’t it great to have friends come from far away?

Personal reflection on the interview about China and the Chinese People with Pope Francis
Rob Rizzo SJ

In entering into relation with another there is always the possibility of making mistakes while getting to know them, but I believe the biggest mistake would be to presume that we fully know the other and thus seal them within that definition.

I don’t have the pretention to think that I know what Pope Francis was thinking, but what he said about ‘the cake’ struck me. In this I saw an opening up, so as to not take ones own cultural background as a given, but to accept that the other may understand the very same thing differently due to different cultural backgrounds. Therefore this allows for dialogue and even gives space for interest and curiosity of one another to grow.

The possibility of making mistakes remains of course but should this scare or discourage us? I don’t think so, clearly the importance of acknowledging and evaluating the dangers remains however this should not discourage us from reaching out to one another. It is so freeing to hear that our (and my) past mistakes don’t mean that it’s all over. Rather than regretting the past and holding onto it, allowing it to keep me stuck in the past there is the opportunity to acknowledge it, learn from it and decide to walk towards a hopeful and realistic future. I love the image he used of water that keeps pure because it flows ahead, does it mean that the water has an easy and open stream ahead of it? I don’t think so, but the water as it flows downstream will naturally find even the smallest space to pass from, and as it goes along it is also purified passing through the rocks.

So what did I personally receive from Pope Francis’ interview? Hope, for dialogue, for learning and for resilience as this river flows.

mercoledì 10 febbraio 2016

We are fragile creatures, but preserved by the Father's love

The beginning of the Lenten time waiting for Easter

Today it is first day of the Lenten season, which will bring us to the Easter Triduum after 40 days, the heart of the liturgical year. In the Ash Wednesday, the Church makes a simple gesture that commemorates the fragility of the human nature, the fact that we are creatures.  In the Christian view, being creatures, though, means not only precariety, a sort of “negative” connotation characterizing the human beings, their nature and potential. Being creatures implies the existence of a Creator God, who loved us "since when we were in the maternal womb" and looks after us.  Certainly a Creator God, but first of all our Father. The “Credo”, the profession of the Christian faith says: "We believe in one God, the Father, the Almighty, maker of heaven and earth”. It is probably not a coincidence that God be mentioned first as a Father and then as a Creator and that the word "almighty" (which can also be scary and associated to a sort of super-power that is not necessarily good) is combined to the "role" of God as a father and not as the creator.  God is a father that can do everything for his children, by virtue of His love for them. In this human creature that is desired, loved and preserved by God, who is willing to do everything for His creatures up to even die to save them, the Holy Spirit lives. The Spirit – “the Lord, the giver of life”, the love between Father and the Son - will be with us as a consolator everyday “until the end of the age.”

Let us then live this Lenten time with hope, in reflection, meditation and prayer, remembering to be fragile creatures but, most importantly, to be loved and preserved by God, our Father. This can help us not to live this path in a fearful and sterile penitence, but as a time for conversion to the Gospel - the joyful news of the resurrection of Christ that changed radically and forever our life. Actually, not only the life of our own, but that of others, because the Gospel is "contagious".  

It is very meaningful what is last year Pope Francis said in his homily during the Mass of  Ash Wednesday: "Returning to the Lord 'with all your heart' means to begin the journey not of a superficial and transitory conversion, but rather of a spiritual itinerary with regard to the most intimate place of our person. The heart is, indeed, the seat of our feelings, the centre in which our decisions, our attitudes mature. That 'return to me with all your heart' involves not only individuals, but is extended to the community as a whole. It is a convocation directed to everyone: 'gather the people. Sanctify the congregation; assemble the elders; gather the children, even nursing infants. Let the bridegroom leave his room, and the bride her chamber'”. 

Creature fragili sì, ma custodite dall’amore del Padre

L’inizio dell’itinerario quaresimale in attesa della Pasqua

Oggi inizia il tempo della Quaresima, che ci porterà dopo 40 giorni al Triduo Pasquale, cuore dell’anno liturgico. Nel Mercoledì delle Ceneri la Chiesa compie un gesto semplice che ricorda la fragilità della natura umana, l’essere creature. Il fatto di essere creati, però, nella visione cristiana non si riduce a una connotazione di precarietà, quasi a una connotazione “negativa” dell’essere umano, della sua natura e delle sue potenzialità. Essere creature presuppone l’esistenza di un Dio creatore, che ci ha amato “sin dal grembo materno” e si prende cura di noi. Un Dio creatore si, ma prima ancora padre. Recita infatti io Credo, il simbolo della fede cristiana: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”.  Non è un caso forse che Dio venga menzionato prima come Padre e poi come creatore. E che la parola “onnipotente” - che può anche far paura e rendere l’idea di una “strapotenza” che nell’evolversi delle situazioni del mondo non necessariamente è legata al bene – e’ accostata al “ruolo” di Dio come padre e non come creatore. Dio e’ un padre che può fare tutto per i suoi figli, in virtù dell’amore che lo lega a lui.  In questa creatura umana desiderata, amata e custodita da Dio, che è disposto a tutto per lei fino a morire per salvarlo, abita poi lo Spirito, “Che e’ Signore e da’ la vita”. Lo Spirito – l’amore che lega il Padre e il Figlio - sarà con noi come consolatore, rimanendo con noi tutti i giorni, “fino alla fine del mondo”.

Viviamo allora con speranza questo tempo, nella riflessione, nella meditazione e nella preghiera, ricordandoci di essere creature fragili ma soprattutto amate e custodite da Dio Padre. Questo ci potrà aiutare a vivere questo percorso non in una penitenza fine a se stessa, timorosa e sterile, ma come una riconciliazione con Dio Padre e una conversione al Vangelo - la notizia gioiosa della resurrezione di Cristo, che cambia radicalmente e per sempre la vita. Non solo la nostra, ma quella degli altri, perché il Vangelo e’ “contagioso”.

E’ bello ciò che l’anno scorso, nel Mercoledì delle Ceneri, Papa Francesco ha detto nell’omelia durante la Messa: “Ritornare al Signore ‘con tutto il cuore’ significa intraprendere il cammino di una conversione non superficiale e transitoria, bensì un itinerario spirituale che riguarda il luogo più intimo della nostra persona. Il cuore, infatti, è la sede dei nostri sentimenti, il centro in cui maturano le nostre scelte, i nostri atteggiamenti. Quel ‘ritornate a me con tutto il cuore’ non coinvolge solamente i singoli, ma si estende all’intera comunità, è una convocazione rivolta a tutti: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo»”.

domenica 7 febbraio 2016

Papa Francesco e la Cina

Theresa Xiao

Nell’Estremo Oriente e in varie parti del mondo, milioni di uomini e donne celebrano il capodanno lunare. A tutti auguro di sperimentare serenità e pace in seno alle loro famiglie”. Cosi’ Papa Francesco oggi all’Angelus, pochi giorni dopo la pubblicazione dell’’intervista ad Asia Times (http://bit.ly/1KTQ8No), tutta incentrata sulla Cina. Il Capodanno Lunare o la Festa di Primavera e’ una delle festività più importanti e popolari dell’Asia orientale e sud-orientale – preferiamo queste denominazioni dalla connotazione meno eurocentrica –, in primis in Cina. All’intervistatore – finalmente un sinologo che conosce bene la Cina antica e contemporanea -, con parole cariche di ammirazione Francesco parla del Regno di Mezzo come di un “grande Paese”, con una “grande cultura” e un’“inesauribile saggezza”, un popolo che ha “molto da offrire al mondo”.



Sulla scia dei suoi immediati predecessori, Papa Francesco mostra una grande attenzione verso la Cina. Ciò che lo contraddistingue innanzitutto da gli altri papi però – e che costituisce un “vantaggio comparato” su cui forse è possibile ritagliare un maggiore margine di azione nell’ormai lunga e spinosa questione cinese – e’ il fatto di essere gesuita e latino-americano. Certamente la Cina associa i gesuiti all’idea di dialogo, apertura, scienza, cultura – incarnati in maniera paradigmatica nel grande missionario Matteo Ricci, in cinese Li Madou 利玛窦. Il fatto poi di non provenire dall’Occidente delle potenze coloniali – che ancora oggi ricordano ai cinesi una pagina di storia molto triste, un’onta, una ferita aperta – fa probabilmente vedere Francesco rispetto agli altri papi in una maniera diversa. Potenze occidentali cui agli occhi dei cinesi i missionari stranieri si sono spesso associati. Contribuendo a dare l’idea, che spesso persiste ancora oggi, che il Cristianesimo non possa essere altro che una religione straniera, per di più dell’ “Occidente imperialista”. Era frequente in passato un detto: “Un cattolico in più, un cinese in meno”, a sottolineare la natura aliena, quasi un’ “incompatibilità” di fondo tra Cina e Cristianesimo nell’immaginario cinese.

Francesco poi ha intrapreso con prudenza ma a quanto sembra con determinazione un cammino di riconciliazione e dialogo con la Cina. Certo riprendendo gli importanti passi dei predecessori, soprattutto la Lettera ai cattolici cinesi (http://bit.ly/1Xcv63Iforse già pensata sotto il pontificato di Giovanni Paolo II e realizzata da Benedetto XVI. Ma facendo abbassare i toni e lasciando meno spazio a voci indubbiamente autorevoli, quanto monopolizzanti, che soprattutto negli ultimi anni hanno sempre e solo denunciato il volto oscuro della Cina. Certi toni, certe insistenze e certi modi di rappresentare la Cina da parte di alcuni che hanno rischiato quasi di apparire come “profeti di sventura” non sono in linea con la Chiesa di Francesco. La Chiesa del dialogo, del rispetto reciproco, della misericordia. La Chiesa dove si guarda e si lavora su “ciò che ci unisce piuttosto che su ciò che ci divide”.  La Chiesa conciliare, insomma, che nel XXI secolo non può continuare a “bypassare” la Cina - spesso etichettata con immagini che sembrano vecchie di 50-60 anni fa - e a relazionarsi con essa a suon di condanne e perfino di scomuniche – che tanto hanno umiliato e ferito i cattolici cinesi. La grande Cina dall’antichissima civiltà, la Cina di Confucio, vissuto 500 anni prima di Cristo e grande maestro di morale e di armonia sociale. La Cina che ha generato la profondità di pensiero, poi evoluta in una spiritualità propriamente religiosa, del Daoismo, dalla creativa vitalità, e che ha accolto dall’India e plasmato il Buddhismo, che si è mescolato con le tradizioni filosofico-religiose indigene in un arricchimento reciproco. E per venire ai nostri giorni, la Cina che per prima tra i Paesi in Via di Sviluppo ha raggiunto gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e che negli anni 1990-2005 ha fatto uscire dalla povertà estrema più di 470 milioni di persone. Un esempio concreto per il mondo che la povertà si può sconfiggere se c’e’ la volontà politica. Un traguardo che al Papa che ha preso il nome del poverello di Assisi certamente non è sfuggito – a differenza di tanti, ecclesiastici, giornalisti e commentatori a vario titolo. Anche perché Francesco può contare su persone molto vicine che conoscono e comprendono la Cina e che sono con lui in profonda sintonia sulla linea da seguire - certamente la linea della prudenza e della pazienza, ma che non significa chiusura e mancanza di volontà a negoziare, a trovare un compromesso. Parole che non piacciono a molti, a chi non vede tante realtà, piccole e grandi, dove la mediazione e’ l’unica via perseguibile. Che tra l’altro forse non sanno che la “via di mezzo” è anche un valore della cultura cinese - il Giusto Mezzo e’ uno dei Quattro Libri inclusi tra i Classici confuciani. La cultura cinese enfatizza l’armonia tendendo a ricercarla, a vederla, anche laddove vi sono degli opposti che nella visione occidentale sono invece irriducibili. E dando spesso molta importanza alla forma, al “rito”.

Per la Chiesa in uscita di Francesco, tutto questo può rappresentare una grande opportunità di mettere a frutto il dialogo. Con un rispetto sincero per chi è stato e chi e’ oggi la controparte, unito a una consapevolezza profonda e pragmatica. Un “grande Paese” che ha fatto passi da gigante nello sviluppo socio-economico e ha acquisito un peso rilevante sul piano internazionale. Non senza lati oscuri – il problema ambientale, la sostenibilità di uno sviluppo tanto radicale quanto forse troppo rapido, le crescenti diseguaglianze sociali, le sfide associate all’imponente migrazione interna, l’invecchiamento della popolazione....Per non parlare del consumismo e del materialismo galoppanti, che stando erodendo i rapporti familiari e le relazioni sociali, corrompendo i valori tradizionali e mettendo a repentaglio il futuro delle giovani generazioni. Problemi che la Cina stessa ha imparato a riconoscere e ora cerca di affrontare.

E anche Papa Francesco mostra ancora una volta di conoscere tutto questo. Fa parte della storia dell’uomo, della storia dei popoli passare “attraverso luci ed ombre” ed e’ necessaria anche  una riconciliazione con la propria storia, il proprio passato, dice il Papa alla Cina nell’intervista, ma lo dice anche a tutti noi e a tutte le Nazioni. Di questa riconciliazione ha anche un profondo bisogno la Chiesa cinese. Anch’essa - spesso rappresentata con dei luoghi comuni, in maniera semplicistica e da chi non l’ha mai conosciuta direttamente - ha mantenuto la fede in tempi molto difficili. Tutta la Chiesa, non una parte sola. Un dono, una grazia che vengono certamente dall’ispirazione, dall’effusione dello Spirito.

Noi siamo sicuri e preghiamo che Papa Francesco non lasci cadere tutto questo ma lo valorizzi, lo porti a compimento, e non faccia perdurare lo stallo soffermandosi ancora su posizioni arroccate. C’e’ bisogno di guardare e andare oltre, di far si che la Chiesa cinese sia maggiormente e rispettosamente accompagnata dalla Chiesa universale per affrontare al meglio nuove e più recenti sfide - le stesse poste alla Chiesa (più in generale alla società), dell’ “occidente” – prima che sia troppo tardi. Il secolarismo, gli stili di vita mondani, il carrierismo e il materialismo, l’individualismo - che investono anche i cristiani e possono mettere in discussione la loro scelta esistenziale, offuscare la loro testimonianza di fede. E più intra ecclesia, il problema della formazione (culturale, teologica e spirituale) del clero e delle religiose, la partecipazione dei laici e più in generale l’attuazione del Concilio, il ruolo e la testimonianza dei cristiani nella società e nel mondo della cultura, l’annuncio del Vangelo in un contesto dove i cristiani sono una minoranza e dove il crescente benessere inizia a rendere più difficile tra i giovani fare scelte di vita radicali e di donazione totale alla Chiesa......

E’ tempo di abbattere “vecchi” muri di “inimicizia”, trovare punti di convergenza nei valori comuni che tanto possono contribuire alla costruzione della pace mondiale, e sostenere anche la Chiesa cinese a diventare con più profezia una chiesa veramente in uscita come non si stanca mai di indicare Papa Francesco.

sabato 6 febbraio 2016

The first time that a pope meets the Orthodox patriarch of all Russia

Another surprise from Pope Francis has come these days. After the news of the visit to Sweden at the end of the year on the occasion of the anniversary of Luther's reform and the first ever interview made by a pope fully on China to AsiaTime online and published in the past few days, here comes the joint announcement of the meeting between Francis and Kirill on February 12. A meeting that was discussed, desired and prepared for a long time, but its realization still comes with surprise and emotion.

The Risen Lord says: "you must go and tell his disciples and Peter, ‘He is going ahead of you to Galilee’” (Mk 16.7). The Risen Lord goes before us everywhere, as he did at the upper room and at Emmaus, wherever men build their cities, everywhere they love. Today the Risen Lord precedes us in the land of Cuba, where through the encounter between the Bishop of Rome and the Patriarch of Moscow the Christian people becomes even more and more visibly one flock in the footsteps of the one shepherd. In the land of Cuba, land traditionally atheist, which a few months ago had rejoiced for the "reconciliation" with the United States thanks to the mediation of the Pope.  Cuba today seems almost "return" the favor in an evolving history where faith exceeds doubt and human logics. Furthermore, it should not be overlooked that Francis and Kirill will meet at an airport, that is a meeting place, a place of passage, a crossroad between people in an increasingly interconnected and globalized world. 

A history of division and excommunications is the one between the Catholics and Orthodox, which has not only hurt the Church and the Christian community as a whole, but also offended the faith of the simple and questioned the credibility and the "feasibility" of Christian love and brotherhood.  As Christians, how can we announce the brotherly love and peace if we are separated? Here is the scandal that it is now time to stop, overcoming old divisions and claims, while looking with pragmatism and mutual respect to the history and tradition of each side. 

Today Pope Francis builds on Paul VI's legacy. In his well-known trip to the Holy Land, in fact, Paul VI embraced the Patriarch of Constantinople Athenagoras and together they cancelled their mutual excommunications. Pope Francis collects the seeds sown by the Second Vatican Council, of which he even further confirms the centrality in the life of the Church – not only in words, but with concrete, objective, field choices that leave no room for doubt or ambiguous interpretations, unless there are improbable manipulations

Kirill makes this gesture of reconciliation in a time when the bishops of the Orthodox churches agreed to convene this year a pan-Orthodox Synod. Since the second Council of Nicea (787 a.C.) it has been for more than twelve centuries that the various Eastern Churches do not meet together on the occasion of a council.  This is also a sign of the times, a hope for reconciliation and unity.  

The next February 12 in Cuba Francis and Kirill will show that the Christian way to overcome the "hostility" and break down the "barriert” is reconciliation. Revived strongly through the extraordinary Jubilee of mercy, reconciliation becomes the ordinary way to follow for each of us, a via sacra that exceeds the boundaries of individual churches to reunite ideally in the one Church of Christ. Francis and Kirill are well aware that reconciliation and unity must be pursued with all means not only as basic conditions of the Christian community, image of Christ's body. In fact, how to deal with the challenges and evils of the modern world by proclaiming and bringing the Gospel if first we the Christians are not united? Poverty, which still affects a large part of humanity; international migration and in particular the growing number of refugees fleeing from wars and totalitarian regimes; the  side effects of globalisation, which affects the weakest and contribute to consolidate an economic system based on profit and social inequalities; the crisis of values because of rampant materialism and consumerism, which invade even emerging countries and the Western world of Christian tradition; the plight of Christians living in the Middle East and in many parts of the world where they are a persecuted minority; the difficulties of the Christian churches – the decline of vocations, the difficulties of clergy and religious, the new pastoral problems.  

We hope and pray that this meeting will be a fruitful seed that bears much fruit – ut unum sint

La prima volta che un papa incontra il patriarca ortodosso russo

Ancora una sorpresa in questi giorni ci viene da Papa Francesco. Dopo la notizia della visita in Svezia alla fine dell’anno in occasione dell’anniversario della riforma di Lutero e la prima intervista di un papa tutta sulla Cina ad AsiaTime online pubblicata nei giorni scorsi, ecco che arriva l’annuncio congiunto dell’incontro tra Francesco e Kirill il 12 febbraio. Incontro discusso, desiderato e preparato da tempo, ma la sua realizzazione arriva con grande sorpresa e commozione. 

Dice il Risorto: “Andate a dire ai discepoli e a Pietro che Egli vi precede in Galilea"(Mc 16,1-7). Il Risorto ci precede in ogni luogo, come nel cenacolo e a Emmaus , ovunque gli uomini costruiscono le loro città', ovunque amano. Oggi il Signore Risorto ci precede nella terra di Cuba, dove con l'incontro tra il Vescovo di Roma e il Patriarca di Mosca il popolo cristiano si fa più e ancora visibilmente un solo gregge alla sequela dell'unico Pastore. Nella terra di Cuba, terra di antico ateismo, che pochi mesi fa aveva gioito per la “riconciliazione” con gli Stati Uniti proprio grazie alla mediazione di Papa Francesco. Oggi Cuba sembra quasi “restituire” il favore, in un evolversi della storia dove la fede supera il dubbio e le logiche tutte umane. E non sfugge che Francesco e Kirill si incontreranno in un aeroporto. Luogo di passaggio, d’incontro, crocevia tra i popoli in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato.

Una storia di divisione e di scomuniche, quella tra cattolici e ortodossi, che ha non solo ferito la Chiesa e la comunità cristiana tutta, ma ha anche scandalizzato la fede dei semplici e messo in discussione agli occhi di molti la credibilità, la “fattibilità” dell’amore e della fratellanza cristiani. Come possiamo annunciare da cristiani l’amore fraterno e la pace se tra noi siamo divisi? Ecco lo scandalo che è tempo ora di rovesciare, superando antiche divisioni e rivendicazioni e guardando con pragmatismo e rispetto reciproco alla storia e tradizione di ciascuno.  

Oggi papa Francesco raccoglie l'eredità' di Paolo VI che in Terra Santa abbraccio' il Patriarca di Costantinopoli Atenagora e insieme annullarono le reciproche scomuniche. Raccoglie in particolare i semi gettati dal Concilio Vaticano II, dal quale Francesco ancora di più conferma l’assoluta centralità – non tanto e non solo a parole, ma con scelte di campo concrete, oggettive, che non lasciano spazio a dubbi o interpretazioni ambigue, a meno di improbabili manipolazioni

Il Patriarca  Kirill  compie questo gesto quando i vescovi  delle chiese ortodosse hanno raggiunto un accordo per convocare quest’anno un «sacro e grande» Sinodo pan-ortodosso. Dal secondo Concilio di Nicea (787 d.C.) sono passati più di dodici secoli senza che le varie chiese d’oriente si ritrovassero in concilio. Anche questo un segno dei tempi, una speranza di riconciliazione e unità.

Il prossimo 12 febbraio a Cuba Francesc e Kirill mostreranno che la via cristiana per superare l“inimicizia” e rimuovere il “muro frammezzo” e’ la riconciliazione. Riproposta con grande forza attraverso il Giubileo straordinario della Misericordia, diviene strada ordinaria, percorso da seguire per ognuno di noi, via sacra che supera i confini delle singole chiese per riunirsi idealmente nell'unica chiesa di Cristo. Francesco e Kirill sanno bene che la riconciliazione e l’unita’ si devono perseguire con tutte le forze non solo in quanto condizioni fondamentali della comunità cristiana, immagine del Corpo di Cristo. Come affrontare le sfide e i mali del mondo moderno annunciando e portando il Vangelo se per primi noi cristiani non siamo uniti? La povertà, che ancora affligge una grande parte dell’umanita’; le migrazioni internazionali e in particolare il crescente numero di rifugiati che fuggono dalle guerre e dai regimi totalitari; il lato oscuro della globalizzazione, che colpisce i più deboli e contribuisce a consolidare un sistema economico solo basato sul profitto e le ineguaglianze sociali; la crisi dei valori a causa del galoppante materialismo e consumismo, che invadono anche i Paesi emergenti e quelli di tradizione cristiana dell’Occidente; il dramma dei cristiani che vivono nel Medio Oriente e in tante parti del mondo dove sono minoranza perseguitata; le difficoltà delle chiese cristiane – il calo delle vocazioni, le difficoltà del clero e dei religiosi, i nuovi problemi pastorali....

Speriamo e preghiamo che questo incontro sia un seme fecondo che porti molto frutto – ut unum sint!


Un invito a lasciarsi riconciliare con Dio

Oggi  a Roma le spoglie di San Pio da Pietrelcina e San Leopoldo Mandic - entrambi cappuccini, instancabili confessori e testimoni della misericordia del Padre - sono esposte alla venerazione di romani e pellegrini. Non è un caso che Papa Francesco abbia proprio voluto questi santi nel Giubileo della Misericordia. Egli vuole portare all'attenzione di pastori e fedeli l'importanza della riconciliazione nella vita di fede, sia per i sacerdoti - incoraggiati tante volte dal Papa a usare misericordia - sia per i fedeli, cioè coloro che vi si accostano. È questo nonostante i soliti "profeti di sventura" abbiano sottolineato come questa enfasi sul perdono rischi di "declassare" il Sacramento della Confessione. Invece il Papa invita tutti a perdonare, a "lasciarsi riconciliare con Dio , rimettendo al centro lo strumento della Confessione e portandone due luminosi esempi amati dai fedeli di tutto il mondo.

San Leopoldo Mandic (1866-1942), montenegrino vissuto a Padova, fu proclamato santo da Giovanni Paolo II nel 1983. Sempre Wojtyla fece santo Padre Pio (1887-1968) nel 2002. Confessavano per parecchie ore al giorno senza interruzione.

Grande folla al passaggio delle spoglie di San Pio verso Roma; da San Giovanni Rotondo a San Marco in Lamis nel Foggiano, una folla festante e in preghiera rallentava il convoglio; lo stesso e' accaduto a San Severo e nei paesi attraversati in Molise Abruzzo e Lazio. I bambini si affacciavano alle finestre delle scuole, i negozianti uscivano davanti alla vetrina e si facevano il segno della croce. Gioia, preghiera, devozione verso un santo amato e popolare, in Italia ma anche nel mondo.

Pregando davanti alle reliquie di San Pio  e di San Leopoldo, si possono percepire dolore e amore. Ma che segno è il dolore? Un segno addirittura di benevolenza di Dio, come dice qualcuno?  Un privilegio, come una certa ascetica aveva insegnato - chi soffre è una sorta di eletto da Dio. Forse una "prova" di Dio ? Un’orribile teologia questa.

Questo eterno problema del dolore rimane lì, come uno scandalo, da sempre. Accettare di non comprendere, attendere il tempo in cui capiremo, in cui "vedremo faccia a faccia", e soprattutto portare la croce con amore, come ha fatto Gesu'... Non è una scorciatoia. È' l’accettazione del nostro essere uomini, limitati.. Possiamo  solo dire "forse","aspetto", "spero", "ho fiducia", "credo"....Fiducia che non siamo in balia del male e del dolore, perché il Dio di Gesù Cristo si è rivelato come amore, ha condiviso il nostro dolore e anche se non l'ha spiegato o "giustificato", lo ha assunto indicandoci una via da seguire nella quale non ci ha abbandonato ma resta sempre accanto a noi. È' molto bella la preghiera di Pietro: ”Signore da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna".

Oltre il dolore, i fedeli accorsi a venerare i due santi confessori hanno manifestato tanto amore. Gesti semplici e belli di devozione, donne anziane con la loro corona del Rosario, più' forti del freddo e della notte; qualcuno ha voluto confessarsi dando toccanti testimonianze di fede. Veramente l'amore è più forte del dolore.

Spesso anche noi come la Samaritana al pozzo descritta nel Vangelo di Giovanni non conosciamo il dono di Dio, ma abbiamo sete, desiderio di questo dono - la felicità che viene dall’amore. Ma esso non è un salario da guadagnare - come pensano alcune persone religiose che attingono con fatica al pozzo della legge - è Dio stesso che si dona, è l’amore del Padre che tanto ama il mondo da mandare il suo figlio perché in Lui ognuno sia  figlio.

San Pio e San Leopoldo ci indicano la via verso Gesù. Questi santi hanno amato Dio e gli uomini allo stesso modo; hanno vissuto il mistero dell'incarnazione e testimoniando la fede con una concreta carità. Nessuno di noi dica: "Io non sono degno, non sono capace", perché' come ci ricorda San Paolo: "Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono" (1Cor 1,27-29).