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sabato 5 marzo 2016

Non c'e' festa se mancano figli e fratelli

Omelia della IV Domenica di Quaresima
Don Francesco Pesce

Dio dona la Sue benedizioni agli onesti e ai disonesti, fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Ha però una predilezione per la pecora smarrita, la pietra scartata, il figliol prodigo. Questo non dobbiamo mai dimenticarlo, come cristiani, che si rendono conto di necessitare sempre una nuova conversione, e come pastori del popolo di Dio. 

Il Signore Gesù ci testimonia la paternità di Dio, Che ha mandato Suo Figlio per ricostruire un mondo secondo le misure dell’amore, dove anche la pecora smarrita, la pietra scartata, il figliol prodigo sono oggetto della cura, dell’attenzione e della misericordia del Padre. Un Padre Che desidera che tutti siano salvi - come rispondeva Papa Francesco a un bambino nel recente libro curato da Padre Spadaro SJ. 

Il Vangelo di questa domenica di Quaresima ci rimanda al ben noto racconto del figliol prodigo. Convertirsi non significa diventare figli prodighi: significa superare come un'antitesi, tra i due figli, tra virtù e peccato, tra quelli di dentro e quelli di fuori, e superarla in una sintesi che è quella dell’amore, nella quale chi appartiene al mondo della virtù va al di là di se stesso, andando incontro allo smarrimento del figlio che ha lasciato il padre e sperperato i suoi beni. Ce lo spiega bene San Paolo nella Seconda Lettura: “Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione”. Dio ci ha perdonato riconciliandoci con Lui. Quindi Dio si aspetta e anche noi dovremmo aspettarci da noi stessi di perdonare gli altri. Addirittura S. Paolo parla di "ministero" che Dio ha affidato a ciascuno di noi.

Perché questa idea di conversione? Fondamentalmente per tre motivi. Il primo è che ognuno di noi appartiene contemporaneamente al mondo di tutti e due i figli del racconto evangelico. Nessuno può illudersi di abitare esclusivamente nella casa della virtù. Il secondo motivo risiede nel fatto di essere figli, che non deriva da nessun merito, ma e’ un dato di fatto e noi cristiani crediamo anche sia un dono gratuito di Dio. E siamo tutti figli, per il dono della Sua misericordia.

Il terzo motivo che ci deve spingere ad andare incontro al figliol prodigo, a chi ha sbagliato, è semplicemente perché Gesù ha fatto così. Non è l’obbedienza (soprattutto formale) a Dio (scambiato spesso per un padrone) che fa' il cristiano, ma la somiglianza a Gesù, Che il Padre misericordioso ha mandato per salvarci; non sono i comandamenti lo specifico cristiano, ma le beatitudini.

Impariamo a capire e accogliere colui che è smarrito. E ricerchiamo con coraggio nelle nostre “virtù” anche il loro carattere spesso farisaico e settario, per entrare dentro un’altra misura della fraternità umana, basata sulla riconciliazione, come San Paolo, grande peccatore poi diventato l’apostolo delle genti, ci incoraggia a fare.

Non basta andare a mangiare con i peccatori e poi ritornare a casa nostra; non basta fare del Vangelo la norma di uno strano galateo di comportamento: questa è ipocrisia. Occorre eliminare ogni ostacolo sulla via della riconciliazione e fare della casa del Padre veramente la casa di tutti, dove nessuno sia scartato.

Il figlio prodigo si deve convertire alla virtù, il figlio maggiore alla misericordia.Il Padre aspetta ognuno di noi nel cammino mai concluso di questa doppia conversione. In cielo e in terra non si può far festa se manca anche uno solo dei nostri figli e fratelli.


domenica 28 febbraio 2016

Perdono, fiducia in Dio e gioia - prima di tutto

Monica Romano

Meditazioni, riflessioni e condivisioni di un indimenticabile ritiro quaresimale 

Domenica scorsa II di Quaresima ci siamo incontrati per la prima volta come gruppo di “giovani-adulti” per provare a fare un cammino insieme, iniziando da una giornata di ritiro in preparazione della Pasqua. Subito dopo i vari arrivi in differita di ciascuno e un necessario caffè per iniziare con uno spirito ben sveglio la mattinata, ci siamo incamminati verso la splendida Chiesa di San Sebastiano al Palatino – a noi gentilmente riservata insieme alla grande sala interna e al giardino paradisiaco dove abbiamo trascorso la mattina sotto un sole meraviglioso. Guidati da don Francesco, parroco di Santa Maria ai Monti, eravamo Jiana, Laura, Monica, don Pietro, Rob, Rui e io (ben due Monica!). Dopo la recita delle Lodi, siamo stati guidati alla riflessione personale e alla condivisione di gruppo dalle meditazioni di don Francesco. 





La meditazione della mattina era sul brano evangelico del Figliol Prodigo. Quella pomeridiana una riflessione sull’essenza e le sfide di una spiritualità cristiana. Riporto qui alcune riflessioni della meditazione mattutina sul Vangelo. Tra i tanti e profondi spunti di riflessione, don Francesco ci faceva notare che il figlio che ha sbagliato e torna su suoi passi viene prima di tutto perdonato, ben prima che il padre abbia modo di ascoltare le sue motivazioni, giustificazioni, spiegazioni...Tra l’altro, le motivazioni del ritorno sono molto concrete (il giovane aveva sperperato le ricchezze anticipategli dal padre e stava morendo di fame e di stenti), quindi non delle motivazioni diciamo così “spirituali” sembrano essere alla base della sua “conversione”. Tuttavia, noi cristiani dobbiamo anche  imparare a considerare le motivazioni di chi parte, di chi se ne va. Spesso una nostra cattiva testimonianza e’ alla base dell’allontanamento di qualcuno dalla Chiesa. La misericordia, che Papa Francesco ha messo al centro della sua vita di pastore (ricordiamo il suo motto episcopale: miserando atque eligendo) e poi anche di papa, e’ accoglienza reale, e’ un atto concreto, e’ restituire dignità piena. La veste e l’anello rappresentano bene la concretezza del perdono del padre. La parabola ci mostra anche come spesso vediamo con sospetto la felicità, la gioia, la festa, e invece notiamo la malizia di certi comportamenti anche laddove non ve ne e’ evidenza e ci soffermiamo più sul male che contagia piuttosto che sul bene che si propaga. Ciò equivale a snaturare il Cristianesimo, che è in primo luogo il “lieto annuncio”. Don Francesco ci ha invitati a interrogarci sulla nostra vita, su chi siamo o siamo stati: il padre, il fratello maggiore o il fratello minore...Molto probabilmente un po’ tutti e tre, in momenti o in circostanze diverse della vita. 





Alla profonda meditazione di don Francesco, che a me e’ parso abbia aperto il cuore un po’ a tutti, e’ seguita una pausa di riflessione personale e poi la condivisione. Don Pietro notava come spesso abbiamo una pretesa nei confronti di Dio, di fare e decidere ciò che vogliamo noi. Spesso inoltre pensiamo di non essere degni, pensiamo ancora “da schiavi” e non da figli, come il Vangelo ci dice di essere. Il figlio maggiore ne è l’esempio, non si rende conto di essere in primo luogo figlio, perciò amato dal padre.. Laura si e ci domandava se veramente sappiamo cosa sia la misericordia. A volte non lo sappiamo perché non ne abbiamo potuto fare esperienza piena, in famiglia, nella vita... Tutti e due i fratelli per vie diverse non sanno amare, come anche noi, perché nella vita, nella famiglia non sempre l’amore ci viene trasmesso. Incontrando il Signore possiamo incontrare l’amore, di chi ci ama senza calcolo, dando la vita per noi. Ma anche questo è  difficile da capire, accettare, vivere. Il figlio maggiore pensa che la strada dell’obbedienza formale renda più “giusti” i suoi desideri, le sue aspettative. Il Signore sa che abbiamo bisogno di imparare ad amarLo. Sa anche che abbiamo necessità materiali, dei sogni e desideri profondi, perché li ha messi Lui stesso nel cuore dell’uomo. Tuttavia, i tempi e i modi del Signore non sono i nostri. Spesso ci sembra che la via del deserto, della schiavitu’ sia finalmente finita, invece ci ritroviamo a starci ancora dentro, di nuovo, dopo aver pensato che fossimo arrivati al traguardo. Forse non era ancora il momento, forse non avevamo capito niente o forse  cercavamo qualcosa di sbagliato, come il figliol prodigo. Come scriveva suor Faustina nel suo diario, Dio le dice: "Il mio amore non delude nessuno". Dobbiamo cercare di fidarci di Dio, Che ha a che fare con la nostra continua incredulità, Che non ci destina a un perenne deserto, alla mortificazione, ma a un cammino, anche con i nostri desideri. Non dobbiamo nasconderci dietro un’idea un po' ipocrita di obbedienza, ma dobbiamo aprire il nostro cuore a Dio e confidare in Lui. 






Rui ci fa notare come il figlio minore abbia avuto il coraggio di dire “ho sbagliato” . Anche San Pietro ha tradito eppure il Signore gli ha affidato la Chiesa. Dobbiamo affidarci al Signore, Che si manifesta anche in piccoli gesti che possono cambiarci la vita. Rui ci confida di essersi spesso domandato, da cristiano: Perché la sofferenza? Qualcuno di molto importante nella sua vita e nel suo percorso di conversione gli ha fatto notare che neanche la via del Signore Gesù e' tutta dritta. Monica ha sottolineato come sia difficile spesso realizzare, vivere la compassione, la misericordia. E come cristiani abbiamo molta responsabilità nel dare una cattiva testimonianza. Io riflettevo però che la misericordia, l’amore, il bene, hanno il potere di  contagiare e su questo dobbiamo lavorare. E’ facile e a tutti e’ venuta la tentazione di dire “e’ bello per noi stare qui; facciamo qui tre tende”, cioè fuggire, isolarsi dal mondo. Ma non è questo che un cristiano deve fare. Un cristiano deve stare in prima linea, nel mucchio. Certo è molto più difficile. Poi notavo come è vero quello che diceva don Francesco: il figlio arriva e il padre lo ha già perdonato, prima di tutto. Però è anche vero che il figlio riconosce di aver peccato, come diceva Rui. Quindi nessun peccatore e’ senza speranza. E soprattutto, prendiamoci la nostra parte di “responsabilità” – la cattiva testimonianza che può aver indotto qualcuno ad allontanarsi, come diceva Monica. Cercando di esercitare la misericordia come il Vangelo e Papa Francesco ci insegnano: non una forma di “buonismo”, ma “forti” della testimonianza che diamo e con “autorevolezza”. Rispondevo poi alla “provocazione” di don Francesco sulla felicità. I santi sono felici. Non ci sono santi che non lo siano, questo è una evidenza che dovrebbe farci riflettere. La Chiesa – cioe’ i preti, i religiosi – spesso hanno contribuito a costruire questa idea di un Cristianesimo “triste”, un po’ grigio, severo, intransigente, forse anche perché hanno per molto tempo relegato i laici ai margini. La fede invece è festa perché è qualcosa che non può non condividersi. In paradiso non saremmo felici se andassimo da soli. E il figlio maggiore non aveva capito che stare con il padre – cioè stare con Dio – e’ sempre, tutti i giorni, tutti i momenti, una festa.



 

Sono uscita da questo ritiro felice, rinfrancata da giorni faticosi e spesso difficili, e arricchita dalla profondità di pensiero e dalla testimonianza di vita e di fede dei miei cari amici che ho desiderato avere tutti insieme in questa giornata. Sono stata contenta di vedere che tutti erano  a loro volta felici e pur non conoscendosi in molti casi, sono riusciti subito a trovarsi in sintonia. Mi ha colpito ancora una volta che semplicemente, Vangelo alla mano e volontà di mettersi in ascolto di Dio e degli altri, abbiamo non solo condiviso dei "pensieri stupendi" e quella speranza (o quell'amore) che non delude, ma siamo riusciti a "fare festa". Ci vuole veramente davvero poco, anche se poi è anche tanto, per essere felici. 















sabato 13 febbraio 2016

Gesu' e' con noi nella tentazione e nella sopraffazione

Omelia della Prima Domenica di Quaresima
Don Francesco Pesce 

Un po’di cenere e un po’ d'acqua; come le nostre  nonne al fiume che lavavano i panni in questo modo. Cenere sulla testa il mercoledì che inaugura la Quaresima nel rito romano, e acqua sui piedi la sera del Giovedi' Santo,quando il Signore si china sulla nostra fragilita’e la sostiene. 

La Quaresima e’ racchiusa in questi due gesti semplici e sapienti. Le maschere di carnevale sono tanto belle, ma vanno bene solo per un giorno; poi c’e’ la vita con la sua faccia dura e vera, il cammino di un percorso impegnativo che coinvolge ogni uomo e tutto l’uomo, proprio dalla testa  ai piedi.

Oggi Gesu’e’ spinto dallo Spirito nel deserto; anche noi in Quaresima entriamo nel deserto, come sperimenta tanta gente che svestite le maschere, sa molto bene che la festa e’ finita e bisogna lottare giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Gesu’ dicendo “non di solo pane vive l’uomo” non ci sta dicendo di rinunciare all’avere, ma ci indica una priorita’: fra l'essere e l’avere esiste naturalmente un rapporto necessario, ma il primato dell’essere sull’avere e’ fondamento della antropologia cristiana, e’semplicemente necessario per essere veramente felici. 

Condividiamo cio’ che siamo e abbiamo, e saremo felici veramente.

La seconda tentazione e’, direi, molto contemporanea: “Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio...”

Il potere spesso agisce proprio in questo modo, e puo' trasformarsi in un’azione demoniaca. Credere di avere nelle proprie mani il destino degli altri, di interi Paesi a volte; esercitare la propria autorita’ con arroganza, anche nella Chiesa, servendosi di essa e non servendo i fratelli - come ci ha ammonito recentemente Papa Francesco; ridurre gli altri, i tuoi dipendenti, i tuoi collaboratori, quasi come una cosa di cui si puo’ disporre a piacimento; io lo do a chi voglio il posto di lavoro, lo do a quelli della mia cerchia e che magari si comprano e si vendono a poco prezzo....

Come pero’ diceva Antoine de Saint-Exupéry, in ogni deserto c'è un pozzo, in ogni amarezza c'è il germoglio di una risurrezione inaspettata. La Buona Notizia di questa domenica e’ che Gesu’ e’ con noi nella tentazione e nella sopraffazione, non ci lascia soli, ma gia’ illumina i nostri momenti di buio, nell’attesa della luce piena di Pasqua.

mercoledì 10 febbraio 2016

Creature fragili sì, ma custodite dall’amore del Padre

L’inizio dell’itinerario quaresimale in attesa della Pasqua

Oggi inizia il tempo della Quaresima, che ci porterà dopo 40 giorni al Triduo Pasquale, cuore dell’anno liturgico. Nel Mercoledì delle Ceneri la Chiesa compie un gesto semplice che ricorda la fragilità della natura umana, l’essere creature. Il fatto di essere creati, però, nella visione cristiana non si riduce a una connotazione di precarietà, quasi a una connotazione “negativa” dell’essere umano, della sua natura e delle sue potenzialità. Essere creature presuppone l’esistenza di un Dio creatore, che ci ha amato “sin dal grembo materno” e si prende cura di noi. Un Dio creatore si, ma prima ancora padre. Recita infatti io Credo, il simbolo della fede cristiana: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”.  Non è un caso forse che Dio venga menzionato prima come Padre e poi come creatore. E che la parola “onnipotente” - che può anche far paura e rendere l’idea di una “strapotenza” che nell’evolversi delle situazioni del mondo non necessariamente è legata al bene – e’ accostata al “ruolo” di Dio come padre e non come creatore. Dio e’ un padre che può fare tutto per i suoi figli, in virtù dell’amore che lo lega a lui.  In questa creatura umana desiderata, amata e custodita da Dio, che è disposto a tutto per lei fino a morire per salvarlo, abita poi lo Spirito, “Che e’ Signore e da’ la vita”. Lo Spirito – l’amore che lega il Padre e il Figlio - sarà con noi come consolatore, rimanendo con noi tutti i giorni, “fino alla fine del mondo”.

Viviamo allora con speranza questo tempo, nella riflessione, nella meditazione e nella preghiera, ricordandoci di essere creature fragili ma soprattutto amate e custodite da Dio Padre. Questo ci potrà aiutare a vivere questo percorso non in una penitenza fine a se stessa, timorosa e sterile, ma come una riconciliazione con Dio Padre e una conversione al Vangelo - la notizia gioiosa della resurrezione di Cristo, che cambia radicalmente e per sempre la vita. Non solo la nostra, ma quella degli altri, perché il Vangelo e’ “contagioso”.

E’ bello ciò che l’anno scorso, nel Mercoledì delle Ceneri, Papa Francesco ha detto nell’omelia durante la Messa: “Ritornare al Signore ‘con tutto il cuore’ significa intraprendere il cammino di una conversione non superficiale e transitoria, bensì un itinerario spirituale che riguarda il luogo più intimo della nostra persona. Il cuore, infatti, è la sede dei nostri sentimenti, il centro in cui maturano le nostre scelte, i nostri atteggiamenti. Quel ‘ritornate a me con tutto il cuore’ non coinvolge solamente i singoli, ma si estende all’intera comunità, è una convocazione rivolta a tutti: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo»”.